All’interno degli eventi promossi in occasione della Douja d’Or 2017, si è tenuto ieri, 15 settembre, all’ASTISS (Polo Universitario Asti Studi Superiori), un convegno sul “Progetto ÀKINAS: vitigni unici dalla biodiversità della Sardegna” a cura dei ricercatori del CREA, Centro di Ricerca Viticoltura e Enologia e dell’AGRIS, Agenzia per la Ricerca in Agricoltura e con la collaborazione di LAORE. Lo scopo del convegno è stato quello di presentare in terra sabauda i risultati delle ricerche recentemente realizzate grazie al progetto che ha caratterizzato gli antichi vitigni autoctoni sardi ed i vini da essi ottenuti.
In apertura Francesco Scalfari, direttore dell’Università di Asti, ha ringraziato il presidente della Camera di Commercio Erminio Renato Goria, presente in sala, per la continuazione della collaborazione con la Douja d’Or, e tutti i collaboratori del Progetto Àkinas. Sono seguiti i ringraziamenti di Riccardo Velasco direttore del CREA: “Ho apprezzato moltissimo il lavoro di coloro che hanno collaborato all’interazione con il nostro centro e la realtà sarda che ha portato avanti questo bellissimo lavoro”; e dell’Assessore al commercio, agricoltura e attività produttive, nonché vicesindaco del capoluogo monferrino, Marcello Coppo, che ha sottolineato il rapporto tra agricoltura e commercio: “il vino oltre che identità deve essere anche motore di sviluppo commerciale e turistico”.
Il primo intervento è stato di Roberto Zurro. Tra le sue considerazioni, l’importanza della vite in Sardegna come valore economico e paesaggistico: “come attività facciamo ricerca in agricoltura per creare condizioni di supporto agli agricoltori. Il nostro obiettivo è creare valore economico in maniera sostenibile, cercando di salvaguardare le nostre risorse”.
Il moderatore, Vicenzo Gerbi, del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari dell’Università di Torino, ha presentato brevemente il convegno facendo presente che tra i vari incontri organizzati in occasione della Douja d’Or, sono emerse alcune parole chiave sui vini quali “biodiversità”, “sostenibilità” e “naturalità”. Questi sono termini che attribuiscono alla bevanda “vino” un enorme valore culturale. Aggiunge poi “si beve il vino perché all’interno c’è il territorio, la cultura e la sfida di essere capaci di fare dei vini buoni e diversi”. Tuttavia Gerbi ha sostenuto l’importanza di non farsi rallentare dalla tradizione. “Si parla di sostenibile, naturale e biodiverso ma se si vuole avere la possibilità di ottenere un finanziamento c’è bisogno di innovazione. Quello di cui abbiamo bisogno è maggiore conoscenza dei fenomeni che riguardano la vite ed il vino e la capacità di usare queste informazioni. Bisogna capire che lavoriamo con una materia che non ha sempre le stesse caratteristiche.” Conclude poi – “Non rifiutiamo la scienza”.
A seguire è intervenuto Roberto Orrù, dell’Assessorato del Turismo della regione Sardegna. L’ente svolge un ruolo di sostegno e di mecenatismo culturale per ciò che concerne la divulgazione del progetto Àkinas, che possiede in sé capacità di attrazione turistica per un turismo sostenibile. “Nasce la voglia di scoprire territori inediti e anche la domanda del turismo di tipo esperienziale da indirizzare verso itinerari che ambiscono a valorizzare le risorse delle aree interne dell’isola e quindi la millenaria cultura nelle terre del vino sardo.”
Successivamente è stato proiettato un video promozionale del Progetto Àkinas che ha organizzato e categorizzato oltre 150 antichi ceppi di vini, alcuni dimenticati o a cui si dava diversa origine non autoctona dell’isola.
Gianni Lovicu, rappresentante dell’AGRIS ha presentato il volume “Àkinas – Uve di Sardegna”. Ha spiegato che il titolo della ricerca – “Akinas” – deriva dal nome latino degli acini. “È un progetto – ha aggiunto – che ha a che fare con la biodiversità, ma va anche oltre”. Altri argomenti sono stati approfonditi, come quello della vite selvatica, sia bianca che rossa, che arricchiscono la biodiversità del territorio sardo. Ulteriori spunti di ricerca sono nati grazie ai risultati ottenuti, ma si tratta ancora di studi preliminari.
Orazio Locci, agronomo che lavora per l’Agenzia LAORE il cui ruolo è quello dell’assistenza tecnica e della divulgazione. L’intervento si è concentrato sulle difficoltà dei viticoltori al giorno d’oggi in un territorio come la Sardegna: “Molto spesso il territorio viene abbandonato dai viticoltori, quindi è necessaria una valorizzazione, una riscoperta creando redditività grazie a vitigni inimitabili.” Spiega poi “Il primo passo è stato quest’anno quello di scoprire le varietà e le peculiarità. Il secondo passo è quello di individuare vitigni più significativi ed eseguire prove di vinificazione non invasive che esaltino il legame vino-ambiente”.
A seguire è stato presentato un quadro teorico da Maria Carla Cravero, che ha preso ad esempio uno studio condotto dal CREA. La studiosa si è concentrata su argomenti quali la percezione del vino a livello olfattivo. “Gli odori sono difficili da individuare perché sono molteplici e diversificati”. Oltre all’esperienza individuale quindi si utilizza la memoria, tuttavia è difficile associare un odore al nome. Quindi si utilizzano delle classificazioni degli odori, cercando di associare l’odore per similitudine. Gli assaggiatori hanno quindi descritto l’odore dei vini sulla base di questa classificazione che prevede l’uso di standard a norma ISO. “I risultati meriterebbero altri approfondimenti. È stato un lavoro interessante e siamo contenti di aver partecipato a questa esperienza” conclude Maria Carla Cravero.
L’ultima ad intervenire è stata Antonella Bosso, membro del CREA. Il suo intervento si è focalizzato sulla caratterizzazione chimica del vino, attraverso cui si può intravedere la potenzialità enologica del vino. “Il progetto Àkinas si è concentrato molto su questi aspetti, oltre a quelli genetici. Ma è di fondamentale importanza andare a vedere le attitudini enologiche. L’approccio alla ricerca deve essere quello di prendere le stesse varietà e vinificarle allo stesso modo, per vedere quali ottengono i risultati migliori, cercando di correggere eventuali squilibri dovuti al territorio” – conclude Antonella Bosso.
L’Ossolano è la principale espressione casearia dell’estremo nord del Piemonte, prodotto dal latte di vacche nate, allevate e nutrite esclusivamente nelle valli di Anzasca, Antrona, Divedro-Antigorio-Formazza, Isorno e nella Valle Vigezzo, entità geografiche che si aprono nella Val d’Ossola.
Il formaggio “Toma Piemontese”, formaggio prodotto esclusivamente con latte di vacca, ha origini che risalgono all’epoca romana, ma solamente documenti dell’anno mille riportano citazioni che lo identificano precisamente, figurando soprattutto nei “pastus” distribuiti ai poveri o ai lavoratori subalterni, tanto da convalidare l’ipotesi di un suo uso, almeno in questi periodi iniziali, caratteristico dei ceti popolari; pare infatti andassero per la maggiore formaggi particolarmente piccanti e detti “formaggi dei poveri”.
Il Salame Piemonte ha forma cilindrica, o incurvata per le pezzature più piccole, è compatto e di consistenza morbida che deriva dalla breve stagionatura. La fetta si presenta compatta e omogenea di colore rosso rubino. Il profumo è delicato di carne matura stagionata, di vino e di aglio. In particolare, l’aggiunta del vino derivante da uve Barbera, Dolcetto e Nebbiolo conferisce al prodotto un terroir unico e particolare.
La Robiola di Roccaverano, è un formaggio fresco sottoposto a maturazione, o affinato e per la sua produzione si adopera latte crudo intero di capra, di pecora e di vacca, proveniente esclusivamente dall’area di produzione. Le origini risalgono ai Celti che producevano un formaggio simile al prodotto attuale. Con l’avvento dei Romani il formaggio assunse il nome di “rubeola”. Ma l’importanza della “Robiola” venne evidenziata in un manoscritto del 1899, fra le notizie storiche di interesse politico: nel Comune di Roccaverano venivano tenute cinque fiere annue, durante le quali si vendevano per l’esportazione “eccellenti formaggi di Robiole”. L’alimentazione degli ovi-caprini e delle vacche è ottenuta anche dal pascolamento degli animali e dall’utilizzo di foraggi verdi e/o conservati che si ottengono dai prati e prati-pascoli ricchi di numerose piante aromatiche ed officinali. Sono proprio queste specie spontanee di erbe officinali o comunque capaci di avere qualità particolari che costituiscono un alimento di alta qualità per gli allevamenti ovini e caprini, nonché per il bestiame bovino e che con i vari profumi ed aromi fanno assumere alla “Robiola di Roccaverano” una fragranza che lo distingue da ogni altro formaggio.
Il formaggio “Raschera”, formaggio prodotto da latte vaccino, con eventuali aggiunte di latte ovino o caprino è storicamente presente nella provincia di Cuneo e richiama il nome del Lago Rascherà, nell’area prospiciente la zona del Monregalese, da cui si è diffusa la produzione del formaggio che ha conservato le caratteristiche originarie, legate ad una tecnica consolidata.
La «Nocciola del Piemonte» o «Nocciola Piemonte» designa il frutto in guscio, sgusciato o semilavorato della varietà di nocciolo «Tonda Gentile Trilobata » ed ha sapore finissimo e persistente e polpa croccante.
Il formaggio “Murazzano”, formaggio di latte ovino, che può essere integrato con latte vaccino, è storicamente presente nella provincia di Cuneo e richiama il nome del Comune di Murazzano che ne è il centro maggiore di produzione.

Il Castelmagno prende il suo nome dal santuario dedicato a San Magno presente nel comune omonimo. Le origini sono antichissime: le prime forme furono prodotte già nel XII secolo e il primo documento ufficiale che registra la sua esistenza è una sentenza arbitrale in cui il Comune di Castelmagno sconfitto dovette pagare in natura, come canone annuo, forme di formaggio al marchese di Saluzzo.