In Camera di Commercio il lancio della rivista di “storia e storie di Monferrato, Langa e Roero” giunta al numero 25. Si apre con gli squilli di tromba dei ragazzi dell’ASTA la presentazione della rivista dell’Associazione Astigiani.
Il direttore Sergio Miravalle porta i saluti del Presidente Piercarlo Grimaldi, impegnato in Sicilia.
La rivista trimestrale, di 120 pagine, che da sette anni pubblica con continuità grazie a lettori, abbonati, affezionati, sostenitori e inserzionisti, presenta un numero ricco di articoli fra i quali spicca l’approfondimento storico sulle manifestazioni di promozione e commercializzazione del vino iniziate sino dal XIX secolo.
“Un impegno – prosegue Miravalle – per aggiungere sempre qualcosa di più alla nostra memoria e alla nostra storia di astigiani, che si arricchisce con la pubblicazione on line di tutti i precedenti numeri, indicizzati attraverso un data base collegato ad un motore di ricerca interno. Astigiani diventa così anche digitale”.
Il numero si apre con un omaggio a quanto accaduto a Genova lo scorso 14 agosto con il crollo di Ponte Morandi. Miravalle ha chiesto alla platea di leggere in silenzio i primi dieci versi della canzone Genova per noi di Paolo Conte del 1975. Un momento di raccoglimento e commozione iniziale per commemorare la tragedia che ha colpito una città con la quale Asti e tutto il Monferrato hanno da sempre – storicamente – avuto continui rapporti di interscambio economico prima e culturale poi.
In copertina, l’immagine della Fiera del Vino del 1898; ma la storia dell’inseguimento del titolo di capitale del vino italiano da parte di Asti inizia prima, almeno nel 1891, anno in cui si tenne l’edizione zero della Fiera del Vino Nazionale, accompagnata – a maggio – da una mostra internazionale di macchine enologiche. La Fiera si svolse nei padiglioni dell’Alla, demoliti nel 1939; al loro posto oggi sorge il Palazzo della Provincia.
Il 1898 fu una data così importante poiché in quell’anno, a Torino, si tenne il grande Expo per celebrare i 50 anni dello Statuto Albertino. L’Expo torinese vide la costruzione, tra l’altro, del famoso Castello del Valentino. Tutta la sezione vini dell’Expo del 1898 si tenne però ad Asti che, davanti all’Alla, decise addirittura di edificare un grande Arco di Trionfo celebrativo dell’occasione, oggi ormai demolito.
Facendo un balzo in avanti, nel 1932 nasce il Consorzio di Tutela dell’Asti e viene ideato l’autotreno del vino che, come in un moderno road tour, portava in giro per l’Italia il vino del Monferrato a scopo promozionale.
Attraverso un filmato del 1948 viene mostrato come il vino fosse già letto come grande elemento di rinascita e motore di sviluppo per il territorio astigiano dopo la guerra e il nazifascismo. E siamo così arrivati al 1967 quando, grazie all’allora Presidente della Camera di Commercio Giovanni Borello, viene ideata e realizzata la prima Douja d’Or. Interessante vedere come in quelle prime edizioni il prezzo dell’Asti Spumante fosse superiore a quello dei vini rossi. Rapporto oggi diametralmente invertito. Spiega il direttore Miravalle: “negli anni la Douja è cambiata, è cresciuta, pur anche facendo i suoi errori, ma è stata da subito e continua a essere una grande manifestazione che ha visto anche importantissimi ospiti del jet set internazionale”.
Il Presidente della Camera di Commercio Erminio Renato Goria, a chiusura dell’intervento di Miravalle, ha voluto congratularsi con il lavoro di ricerca svolto dalla redazione e ha sottolineato “l’importanza di fare squadra e sistema in occasione dell’accorpamento delle due camere, quella astigiana e quella alessandrina, proprio perché ci dà una grande possibilità di ricostruzione dell’unità monferrina, quanto meno dal punto di vista economico – della produzione e del commercio – che è stata persa nel 1935 con la separazione delle due province”.
Gli ha fatto eco con un appassionato discorso Filippo Mobrici, Presidente di Piemonte Land of Perfection e del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato: “senza radici e senza identità non si può avere futuro. Parliamo di patrimonio Unesco, ma qualcuno quel patrimonio ce lo ha lasciato. Ce lo ha consegnato. Noi oggi siamo chiamati a tutelare quel patrimonio. Noi dobbiamo essere i primi promotori dei prodotti del nostro territorio. Ambasciatori del nostro territorio. I primi consumatori delle nostre eccellenze dobbiamo essere noi”.
Chiude la giornata Sergio Miravalle con un augurio rivolto ad Asti: “le radici ci sono, l’albero è grande e va coltivato perché continui a dare ottimi frutti”.
L’Ossolano è la principale espressione casearia dell’estremo nord del Piemonte, prodotto dal latte di vacche nate, allevate e nutrite esclusivamente nelle valli di Anzasca, Antrona, Divedro-Antigorio-Formazza, Isorno e nella Valle Vigezzo, entità geografiche che si aprono nella Val d’Ossola.
Il formaggio “Toma Piemontese”, formaggio prodotto esclusivamente con latte di vacca, ha origini che risalgono all’epoca romana, ma solamente documenti dell’anno mille riportano citazioni che lo identificano precisamente, figurando soprattutto nei “pastus” distribuiti ai poveri o ai lavoratori subalterni, tanto da convalidare l’ipotesi di un suo uso, almeno in questi periodi iniziali, caratteristico dei ceti popolari; pare infatti andassero per la maggiore formaggi particolarmente piccanti e detti “formaggi dei poveri”.
Il Salame Piemonte ha forma cilindrica, o incurvata per le pezzature più piccole, è compatto e di consistenza morbida che deriva dalla breve stagionatura. La fetta si presenta compatta e omogenea di colore rosso rubino. Il profumo è delicato di carne matura stagionata, di vino e di aglio. In particolare, l’aggiunta del vino derivante da uve Barbera, Dolcetto e Nebbiolo conferisce al prodotto un terroir unico e particolare.
La Robiola di Roccaverano, è un formaggio fresco sottoposto a maturazione, o affinato e per la sua produzione si adopera latte crudo intero di capra, di pecora e di vacca, proveniente esclusivamente dall’area di produzione. Le origini risalgono ai Celti che producevano un formaggio simile al prodotto attuale. Con l’avvento dei Romani il formaggio assunse il nome di “rubeola”. Ma l’importanza della “Robiola” venne evidenziata in un manoscritto del 1899, fra le notizie storiche di interesse politico: nel Comune di Roccaverano venivano tenute cinque fiere annue, durante le quali si vendevano per l’esportazione “eccellenti formaggi di Robiole”. L’alimentazione degli ovi-caprini e delle vacche è ottenuta anche dal pascolamento degli animali e dall’utilizzo di foraggi verdi e/o conservati che si ottengono dai prati e prati-pascoli ricchi di numerose piante aromatiche ed officinali. Sono proprio queste specie spontanee di erbe officinali o comunque capaci di avere qualità particolari che costituiscono un alimento di alta qualità per gli allevamenti ovini e caprini, nonché per il bestiame bovino e che con i vari profumi ed aromi fanno assumere alla “Robiola di Roccaverano” una fragranza che lo distingue da ogni altro formaggio.
Il formaggio “Raschera”, formaggio prodotto da latte vaccino, con eventuali aggiunte di latte ovino o caprino è storicamente presente nella provincia di Cuneo e richiama il nome del Lago Rascherà, nell’area prospiciente la zona del Monregalese, da cui si è diffusa la produzione del formaggio che ha conservato le caratteristiche originarie, legate ad una tecnica consolidata.
La «Nocciola del Piemonte» o «Nocciola Piemonte» designa il frutto in guscio, sgusciato o semilavorato della varietà di nocciolo «Tonda Gentile Trilobata » ed ha sapore finissimo e persistente e polpa croccante.
Il formaggio “Murazzano”, formaggio di latte ovino, che può essere integrato con latte vaccino, è storicamente presente nella provincia di Cuneo e richiama il nome del Comune di Murazzano che ne è il centro maggiore di produzione.

Il Castelmagno prende il suo nome dal santuario dedicato a San Magno presente nel comune omonimo. Le origini sono antichissime: le prime forme furono prodotte già nel XII secolo e il primo documento ufficiale che registra la sua esistenza è una sentenza arbitrale in cui il Comune di Castelmagno sconfitto dovette pagare in natura, come canone annuo, forme di formaggio al marchese di Saluzzo.